Ho litigato con Alexa

8 Apr, 2019 | Lezioni

Qualche giorno fa, ho avuto il mio primo incontro ravvicinato con Alexa

Abbiamo cominciato alla grande, anche grazie al mio amico che, da bravo padrone di casa, per farmi contenta, ha cominciato così: “Alexa, metti musica trap”. Alexa ha fatto partire Visiera a becco e io, per un attimo, ho pensato che saremmo potute diventare BFF.

L’idillio però è durato poco e siamo arrivati a sfiorare la tragedia.

Un’intelligenza artificiale primitiva

Devo fare una premessa, mi sembra necessario.

Non nutro e non ho mai nutrito il benché minimo interesse per Alexa, e neppure per i suoi fratelli e le sue sorelle. E non perché non subisca il fascino della domotica combinata all’intelligenza artificiale, ma semplicemente perché siamo ancora a uno stadio preistorico e io vorrei molto di più.

Insomma, afferrare il telecomando per spegnere la tv o allungare il braccio per premere l’interruttore della luce sono azioni che mi costano ben poca fatica. Non ho bisogno che qualcun altro – o qualcos’altro – le faccia al posto mio.

Se però esistesse una Alexa più evoluta, capace di prepararmi il caffè e portarmelo già zuccherato senza farmi alzare dal divano, o in grado di andare a comprare le sigarette e a buttare la spazzatura senza costringermi a uscire di casa quando piove e si gela, be’, potremmo riparlarne.

All’algoritmo basta poco

Ma torniamo alla nostra Alexa.

Dicevo che avevamo cominciato alla grande. Dopo un quarto d’ora di trap, però, il mio amico e padrone di casa cominciava a tradire una certa insofferenza, così mi sono sentita in dovere di compiere un gesto nobile, e ho chiesto ad Alexa di mettere Calcutta.

Alexa ha fatto partire Kiwi. Bella, per carità, ma io avrei preferito Gaetano, o Frosinone, oppure Paracetamolo. La situazione è peggiorata quando, dopo il primo e unico pezzo di Calcutta, Alexa ci ha fatto ascoltare una sfilza di pezzi di indie italiano della peggiore risma.

Non me la sono sentita di appiopparle tutte le colpe, però. Mi sono detta che magari l’algoritmo di Amazon è peggio di quello di Spotify, che ti consiglia di ascoltare Fedez dopo che ti sei sparata, che so, un paio di pezzi di Tedua – per il semplice fatto che Tedua ha fatto un feat. con Fedez e all’algoritmo questo basta: non è in grado di capire che Fedez e Tedua appartengono a due mondi lontanissimi.

Alexa, per favore, mi fai un caffè?

La giornata è andata avanti, con Alexa che si pavoneggiava passando da Rai1 a Canale5 o spegnendo le luci in cucina e accendendole in soggiorno. Finché non è arrivata l’ora del caffè.

Piccola parentesi: il mio amico non beve caffè. E non bevendo caffè non è attrezzatissimo. Ma essendo un bravo padrone di casa, e sapendo che sarei andata a trovarlo, si era organizzato e aveva preso in prestito una moka. Una moka che però – orrore! – si è rivelata incompatibile con le piastre a induzione.

A quel punto, avevo diverse opzioni, per esempio rinunciare al caffè oppure scendere al bar. Io ho scelto di essere un po’ punk e mi sono rivolta ad Alexa, dicendole: Alexa, per favore, mi fai un caffè?

Ho litigato con Alexa

Non ricordo le parole esatte, ma Alexa mi ha dato una risposta scortese, acida, molto passivo-aggressiva. In soldoni, non senza una punta di spocchia, mi ha detto che lei non era una macchinetta del caffè e che io dovevo impegnarmi di più e farle le domande giuste.

È stato in quel momento che mi è un po’ partita la vena e che ho cominciato a litigare con Alexa. Lei, all’inizio, sempre con quell’atteggiamento insopportabile da signorina so-tutto-io, mi ha tenuto testa, ribattendo colpo su colpo, poi mi ha letteralmente sfanculata. Ha cominciato a ignorarmi.

Non ci ho più visto dal nervoso. E dopo avere a lungo inveito contro di lei, e pure contro Jeff Bezos (scusami, Jeff, sei sempre uno dei miei miti, perdonami, però Alexa fa pena, te lo devo dire, e anche Kindle Unlimited ha grossi margini di miglioramento), ho minacciato di farla andare fuori di testa.

Scusa, Alexa, non è colpa tua

Quando sono tornata in me, quando ho ritrovato la calma e la ragione, ho fatto una serie di riflessioni.

Alexa è solo un’intelligenza artificiale allo stato primitivo, in grado di gestire richieste semplici, fatte usando un certo tipo di linguaggio e di sintassi. Ovvero: Alexa, fai questa cosa. Senza per favore né per cortesia, tanto per cominciare. E senza uscire dal seminato.

Se voglio ascoltare musica trap, e chiedo ad Alexa di mettere su musica trap, può andarmi bene con Visiera a becco, ma può andarmi male con, che ne so, Enzo Dong. Se voglio ascoltare Calcutta, e se non voglio ascoltare solo una canzone di Calcutta, sta a me chiedere ad Alexa di mettere un disco di Calcutta. E se voglio un caffè, non è ad Alexa che devo chiederlo, perché Alexa non sa farlo il caffè. Al massimo, tra qualche tempo, potrò dirle: Alexa, avvia la macchinetta del caffè.

Essendo solo un’intelligenza artificiale allo stato primitivo, la povera Alexa non ha emozioni e non può reagire in maniera scortese, acida, spocchiosa e addirittura passivo-aggressiva. Quelle sono emozioni che io attribuisco alla malcapitata Alexa, perché non ho avuto quello che volevo (il mio sacrosanto caffè) e mi sento frustrata.

If you can’t beat ‘em join ‘em

Embè?

A distanza di qualche giorno, dopo aver razionalizzato e riflettuto, mi sono resa conto che spesso ci rapportiamo al web e ai social come io mi sono rapportata ad Alexa.

Nessuno legge i miei post sul blog? È colpa di Google e del suo algoritmo. I miei video su YouTube li guarda solo mia sorella? È colpa di Youtube (cioè di Google) e del suo algoritmo. Su Instagram mi seguono in quattro gatti? È colpa dell’algoritmo, e dei bot, e delle cavallette.

Gli algoritmi non stanno lì per farci i dispetti. Ma soprattutto se non sappiamo e non capiamo come funzionano gli algoritmi abbiamo perso in partenza.

Ecco perché, se decidiamo di stare online per raccontare e promuovere le nostre attività, piccole o grandi che siano, dobbiamo capire come funziona il web, come funzionano le singole piattaforme, quali sono le regole interne che dobbiamo rispettare, quando e come possiamo permetterci di essere punk, senza autosabotarci.

E, oggi più che mai, dobbiamo accettare una dura verità: i social non sono (più) gratis. Se vogliamo starci bene, per raggiungere obiettivi, dobbiamo stanziare un budget e imparare a creare campagne efficaci.

Insomma, if you can’t beat ‘em join ‘em.

♫ Incontri ravvicinati – DJ Gruff

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