Cosa bisogna raccontare online?

6 Nov, 2018 | Branding

Prima raccontati, poi promuoviti

Non so se ci hai fatto caso, ma su questo blog non ho mai usato la parola storytelling. E non l’ho mai usata perché è una di quelle parole che trovo vuote, abusate e perfino un po’ fuffose, e quindi mi fa orrore.

Eppure, in varie pagine di questo sito così come sui miei canali social, avrai letto o potresti leggere che aiuto chi ha un piccolo business a raccontarlo e promuoverlo online.

Già, perché tra le mie poche certezze incrollabili c’è questa: ancora prima di promuoverti, devi raccontarti. Che, detta diversamente, diventa: non puoi promuoverti se prima non ti racconti.

Ok, ma cosa significa raccontarsi online? Come si decide cosa raccontare e di cosa tacere? E perché contano le gerarchie e gli incastri?

Cosa significa raccontarsi online?

Come scrivevo qualche tempo fa a proposito di personal branding, raccontarsi online, e in particolare sui social, non vuol dire trasformarsi in una wannabe Chiara Ferragni o in un wannabe Fedez, tanto per restare in famiglia. Soprattutto se ci raccontiamo per promuovere i nostri business e le nostre attività, e non per diventare influencer.

Raccontarsi online significa, prima di tutto, raccontare la storia e la vita del nostro business, che poi è un po’ anche una parte della nostra storia e della nostra vita. Perché come ripeto ogni due per tre, noi non siamo la Nike o i CEO di chissà quale grande multinazionale. Noi siamo persone, e i nostri business siamo noi.

Insomma, raccontarsi online non significa spararsi selfie su selfie, documentare ogni istante della nostra giornata, esprimere pareri e opinioni sui trending topic del momento.

Raccontarsi online, secondo me, significa dire e mostrare (perché vale sempre quella regoletta della scrittura creativa tanto cara agli americani: show, don’t tell) chi siamo, cosa facciamo, e come lo facciamo.

Ed è solo raccontandoci che riusciamo a creare relazioni, più o meno solide, con chi ci segue e con i nostri potenziali clienti.

Come decidere cosa raccontare online?

Chi decide di raccontarsi online, però, si trova subito davanti a un bivio. C’è una domanda che affligge più o meno tutti, ed è questa: cosa racconto? Che significa anche: fino a che punto devo espormi? cosa posso mantenere privato?

Come sempre, non ci sono risposte, se non la sempiterna: Dipende.

Ognuno di noi decide cosa raccontare e di cosa tacere. E dovrebbe sceglierlo facendo tutta una serie di valutazioni.

Molto dipende anche dal carattere, dalle inclinazioni personali. Un estroverso probabilmente sarà molto più portato a metterci la faccia, in senso letterale. E magari un introverso tenderà a nascondersi dietro parole, paesaggi e props.

La cosa bella è che, secondo me, non c’è un modo giusto e un modo sbagliato.

L’importante è che si faccia tutto cum grano salis, cioè con criterio, cioè usando la testa.

Questioni di gerarchia

Se fai l’interprete e ti fai un selfie in cabina o con l’outfit per una conferenza, se fai delle storie su Instagram mentre prepari la valigia per una tre giorni in fiera, e quindi in situazioni che mi fanno pensare a te al lavoro, è ok. Se invece ci metti la faccia solo quando fai l’aperitivo con le amiche o quando vai in vacanza con il fidanzato, forse dovresti rivedere qualcosa.

Se realizzi abiti e ti scatti un selfie quando indossi una tua nuova creazione, se fai delle storie su Instagram mentre vai a scegliere i tessuti per la nuova collezione o mentre prepari i pacchi da spedire, e quindi, anche in questo caso, in situazioni che mi fanno pensare a te al lavoro, è ok. Se invece ci metti la faccia solo quando prepari le torte per i tuoi figli o quando vai in giro per mostre con tuo marito, c’è qualcosa che non va.

Attenzione, non sto dicendo che nel tuo racconto non può e non deve esserci spazio per gli aperitivi con le amiche e per le vacanze con il fidanzato, per le torte per i figli e per le mostre con il marito, ma che prima viene altro. Sia da un punto di vista di gerarchia, sia da un punto di vista di quantità.

Questione di incastri

Secondo me, bisogna decidere a monte cosa raccontare e di cosa tacere.

E bisogna deciderlo dopo aver fatto un lavoro approfondito sulla brand identity. Del resto, come puoi raccontare chi sei, cosa fai e come lo fai se, in realtà, nemmeno lo sai chi sei, cosa fai e come lo fai?

Ma bisogna anche non perdere mai di vista il fatto che se raccontiamo qualcosa, anche quello che apparentemente con il nostro lavoro non c’entra niente, lo facciamo per una ragione, per un motivo.

Se fai l’interprete e, oltre a raccontarmi e mostrarmi il tuo lavoro, mi porti anche a fare l’aperitivo e in vacanza, mi sta bene. Mi farai capire che sei una persona socievole, che sai stare bene in mezzo agli altri, ma anche che sei una persona curiosa, attiva, interessata a scoprire luoghi e culture diversi. Tutte informazioni utili per me che magari sto cercando un’interprete con le tue qualità.

Se realizzi abiti e, oltre a raccontarmi e mostrarmi il tuo lavoro, mi porti anche ad assaporare la torta che hai preparato per i tuoi figli e dentro il museo che sei andata a visitare con tuo marito, mi sta bene. Mi farai capire che il fatto a mano, magari pure con amore, per te non è solo uno slogan, ma anche che sei una persona alla perenne ricerca di stimoli e ispirazioni. Ancora una volta, informazioni utili per me che sto pensando di acquistare un abito come quelli che realizzi tu.

Perché l’identità è complessità. Ed è fatta di tantissimi pezzi, proprio come un puzzle.

Tocca a te decidere quali pezzi vuoi mostrarmi, ma devi anche permettermi di incastrarli perché possa farmi un’idea di chi sei, di cosa fai, e di come lo fai.

♫ La storia – Francesco De Gregori

Se vuoi cominciare a lavorare sulla tua brand identity e a capire quali pezzi del puzzle inserire nel tuo racconto, facciamo sul serio!

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