Il futuro è fuori da Facebook

6 Mag, 2019 | Strategie

F8: come cambia Facebook

Nei giorni scorsi, in occasione di F8, Mark Zuckerberg ha presentato il nuovo Facebook, o il Facebook che verrà. Ma anche il nuovo Messenger, il nuovo Instagram e il nuovo Whatsapp.

Se ti interessa sapere, nel dettaglio, quali sono i cambiamenti che si profilano all’orizzonte, ti consiglio di leggere l’articolo ufficiale oppure questo articolo riassuntivo in italiano.

In questo post, vorrei condividere alcune riflessioni sul futuro di Facebook, ma anche sul futuro di Instagram, e in generale sul futuro di tutte le piattaforme di Zuckerberg. E soprattutto sul futuro dei piccoli brand come il tuo e come il mio che, per tanto tempo, hanno puntato proprio su quelle piattaforme per raccontarsi e promuoversi online.

Il futuro è privato

Lo slogan dell’ultimo F8 era Future is private, e cioè: il futuro è privato. Perché? Perché nell’ultimo annetto, Facebook è finito nell’occhio del ciclone per problemi legati alla privacy. Dallo scandalo Cambridge Analytica in giù: troll russi, fake news e un bel po’ di altre cosette.

In sostanza, è stato scoperchiato il vaso di Pandora e fior fior di inchieste giornalistiche, e successive ammissioni di colpevolezza a mezza bocca, ci hanno fatto sapere che i dati raccolti da Facebook nel corso degli ultimi dieci anni non sono al sicuro. In altre parole, i nostri dati, quelli che con cognizione di causa (o più spesso con troppa leggerezza), abbiamo fornito e forniamo a Facebook non sono al sicuro.

Quindi Facebook, nella persona di Mark Zuckerberg, per pararsi il c**o ci dice: Ehi, abbiamo fatto qualche casino, ok. Però adesso cambiamo qualcosa sulla piattaforma e perché vogliamo che la tua privacy venga rispettata.

Ma c’è un problema, ed è un grosso problema.

Di cosa parliamo quando parliamo di privacy?

Facebook ci promette che darà meno spazio al news feed, che privilegerà i gruppi, le conversazioni one-to-one, magari su Messenger, che saranno criptate e altro. E quindi viene da chiedersi: ma cosa intende Facebook quando parla di privacy e di privato?

Se io, utente di un social qualsiasi, decido di aprire un profilo pubblico e di postare i miei selfie in spiaggia, ho la consapevolezza che degli sconosciuti potranno guardarli, quei selfie in spiaggia. Se io, utente di un social qualsiasi, decido di scrivere sul mio profilo pubblico che vado in vacanza dal tale giorno al tale giorno, ho la consapevolezza che un malintenzionato che sa (o ha modo di scoprire) dove abito, possa decidere che è il momento propizio per venire a svaligiarmi casa. Insomma, un utente un minimo smaliziato, ragiona su cosa postare, su cosa rendere pubblico, assumendosi i rischi e le responsabilità del caso.

Il punto è che i grossi scandali che hanno travolto Facebook negli ultimi tempi non riguardano la privacy intesa in quel modo, nel senso di sfera privata e di fatti miei.

I grossi scandali che hanno travolto Facebook riguardano l’incapacità di tenere al sicuro i dati, tutto un altro tipo di dati, forse più sensibili: quanti anni abbiamo, dove viviamo, se siamo single o sposati, se abbiamo figli, cosa compriamo online, che locali frequentiamo, che musica ascoltiamo, a quali associazioni facciamo donazioni, qual è il nostro orientamento politico.

I dati sono tutto

Quei dati sono importantissimi per Facebook, perché è su quei dati che si fonda il modello di business sul quale Zuckerberg ha costruito il suo impero. Se Facebook non possedesse quei dati non potrebbe vendere spazi pubblicitari. E non parlo degli spazi pubblicitari che vende a me o a te, a noi titolari di piccole attività con budget ridicoli. Parlo degli spazi pubblicitari che Facebook vende alle grosse aziende con budget che io e te non riusciremmo nemmeno a quantificare e che tengono in piedi tutta la baracca.

Insomma, Facebook non può permettersi il lusso di smettere di raccogliere dati. E questo è un fatto. Anche perché, se non potessimo contare sui dati che Facebook ha raccolto, non ci sfiorerebbe nemmeno l’idea di dare i soldi a Mark per fare pubblicità su Facebook. La pubblicità su Facebook funziona solo perché si basa su quei dati, perché è una pubblicità mirata, su determinati pubblici o segmenti di pubblici, costruiti proprio a partire da quei dati.

Ma Facebook non ci dice, nemmeno in maniera approssimativa, cosa farà concretamente per proteggere i nostri dati. E di questo dovremmo preoccuparci seriamente, come utenti privati ma anche, e soprattutto, come titolari di piccole attività.

Il futuro è fuori da Facebook

Il futuro è privato, ci dice Mark. Secondo me, la verità è un altra, ed è questa: il futuro, soprattutto il futuro dei piccoli brand, è fuori da Facebook.

Ed è fuori da Facebook per due ragioni.

Prima di tutto perché se Facebook non fa qualcosa di concreto per risolvere il problema della sicurezza dei dati, continuerà a perdere la fiducia degli utenti, che è già ai minimi storici, e dopo aver perso la fiducia perderà proprio gli utenti, che cominceranno a dirigersi allegramente verso altri lidi, considerandoli più ospitali. E mi chiedo: voglio pagare per fare pubblicità su una piattaforma che le persone disertano?

E in secondo luogo perché se Facebook, o ancora meglio l’ecosistema Facebook (che comprende anche Messenger, Instagram e Whatsapp), dovesse orientarsi esclusivamente o quasi verso il privato, a scapito del pubblico, e se quindi io potessi conversare e intrattenere relazioni solo con chi mi conosce e mi segue già, perché dovrei restare sulla piattaforma? In fondo, con quelle persone io ci parlo già, attraverso il blog e attraverso la newsletter, e non mi serve l’intermediazione di Facebook. Tanto più che quell’intermediazione non è più gratis.

Prepararsi al futuro senza Facebook

Sì, il futuro è fuori da Facebook. Finché dura è fortuna, si dice dalle mie parti. Ma non durerà per sempre, e non durerà a lungo. Bisogna prenderne atto, accettarlo e prepararsi per evitare di fare una brutta fine.

La conclusione è sempre la stessa: va benissimo continuare a stare su Facebook e Instagram se portano ancora risultati, ma è fondamentale cominciare a costruire o a consolidare una presenza online basata sui canali proprietari, sul blog e sulla newsletter, ed eventualmente esplorare altri social che non appartengono all’ecosistema Facebook, come Pinterest e Youtube e Telegram – che è decisamente in ascesa – e che, in questo momento, danno più garanzie.

Insomma, è il momento di prendere in mano le redini, di elaborare – se occorre – nuove strategie.

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