MOBY DICK

24/06/2020 | classiconi

Come probabilmente sapete, se state leggendo questo post, sono reduce da un corpo a corpo con la balena al quale – incredibile ma vero! – sono sopravvissuta. E, come ogni sopravvissuto che si rispetti, ho deciso di dire la mia.

Moby Dick non è un romanzo d’avventura

Per prima cosa, diciamolo forte e chiaro e imprimiamocelo bene in mente, a futura memoria: Moby Dick non è un romanzo d’avventura. Fosse stato un romanzo d’avventura non sarebbe stato lungo 600 pagine (note e apparati esclusi) perché la trama dell’avventura è assai scarna: c’è una baleniera, il Pequod, capitanata da uno sciroccato di nome Achab, che va a caccia di un capodoglio, di una balena bianca chiamata Moby Dick. Dopo un lungo girovagare per mare, il Pequod intercetta Moby Dick, ingaggia una battaglia che dura tre giorni, alla fine il Pequod affonda e – spoiler! – muoiono tutti tranne uno, l’Highlander Ismaele – ma di lui parleremo più avanti.

Moby Dick non è nemmeno un romanzo

Se dobbiamo dirla tutta, Moby Dick non è nemmeno un romanzo – o, almeno, non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, non è un romanzo secondo i canoni del romanzo ottocentesco.

E quindi cos’è Moby Dick? Boh. Diciamo che è un oggetto letterario non identificato: un po’ trattato scientifico, un po’ esegesi biblica, un po’ compilazione storica, un po’ speculazione filosofica, eccetera – nel senso che, a occhio e croce, possiamo trovarci dentro di tutto e di più visto che è un’opera larger than life.

Di cosa parla Moby Dick?

Appurato che Moby Dick è un libro difficilmente catalogabile e difficilmente etichettabile, proviamo a capire di cosa parla. E anche qui, è dura, perché – come forse avrete intuito – Moby Dick parla di tutto (e un po’ anche di niente). Secondo alcuni è un racconto sulla lotta tra il Bene e il Male, secondo altri è un racconto sulla lotta tra uomo e natura, c’è chi pensa sia la storia di un’ossessione, o di una vendetta, eccetera – nel senso che anche stavolta vale tutto, sempre perché si tratta di un’opera larger than life, come dicevo prima.

Ora, siccome mi sembra chiaro che Moby Dick è uno di quei rari libri che si prestano a infinite letture e ad altrettanto infinite interpretazioni – e avessi sei o sette vite da vivere anziché una sola, probabilmente mi imbarcherei nell’impresa di leggere tutto quello che è stato scritto su Moby Dick, però in questa vita passo, visto che non ho avuto neppure la forza di leggere l’introduzione – chi sono io per esimermi dal dare la mia lettura / interpretazione?

Allontànati dall’uomo stolto

Secondo me, Moby Dick è un libro che parla della stoltezza umana, stoltezza che va spesso a braccetto con la megalomania. Che non è nemmeno questa gran novità, se ci pensate. È un filone che vanta tra i suoi protagonisti personaggi del calibro di Lucifero, Icaro, Prometeo e persino Tony Montana. Insomma, siamo di fronte a un uomo, Achab, che – in quanto uomo – ha dei limiti (fisici, biologici e via discorrendo) che però si convince di essere più o meno onnipotente. E sappiamo come vanno a finire queste storie, no?

Chiamiamolo Ismaele

Però c’è un però. Questa storia – che non dobbiamo leggere come un’allegoria, Dio ce ne scampi! – ce la racconta un tale Ismaele, che si autoproclama testimone oculare dei fatti, in quanto membro dell’equipaggio del Pequod, e unico sopravvissuto alla tragedia finale e fatale. Ora, questo Ismaele – di cui sappiamo poco e niente e che non si degna nemmeno di dirci qual è il suo vero nome – è davvero affidabile? Come narratore, intendo. Dovremmo credere alle sue parole, al suo racconto? Io nutro qualche dubbio.

Sì, ok, all’inizio Ismaele è simpa ma, piano piano, comincia a diventare meno simpa, fino a trasformarsi in una vera e propria spina… ehm, pain in the ass. A tratti, poi, sembra il matto del villaggio, il fanfarone che io lo so, io l’ho visto, io c’ero. Oltre a dissertare su tutto lo scibile umano pur definendosi illetterato, a un certo punto sembra che ingaggi una specie di gara con se stesso, e comincia a spararla sempre più grossa, finché in me – lettrice – si insinua il dubbio che Ismaele sia solo un gran paravento, perciò comincio a prendere con le pinze le sue parole e, a un certo punto, smetto proprio di credergli. Che poi, ragazzo mio, cosa sei? Highlander? Quale dono ti avranno mai lasciato le fate nella culla quando sei nato? Sopravvivere per raccontarla?

Affabulazione

Quindi, ecco, alla fine della fiera, penso che Moby Dick sia essenzialmente questo: un’affabulazione. Ma, del resto, non lo sono tutte le grandi opere letterarie, a partire dalla Bibbia?

Ed è un’affabulazione delle più infingarde perché Melville, che è ancora più paravento di Ismaele, si fa beffe di tutti noi dalla prima all’ultima pagina. In che senso? Nel senso che ci mette di fronte a un libro talmente stratificato, complesso e aperto, che noi, poveri lettori, ci sentiamo autorizzati e quasi istigati a tentare le più ardite interpretazioni. Tutto, infatti, si presta a essere letto come un simbolo, come un rimando a qualcos’altro. Solo che, a un certo punto, o la smettiamo di farci domande o finiamo per perdere il senno, proprio come quello sciroccato di Achab.

In che senso?

Achab è l’anti-Odisseo omerico? Colui che vaga eternamente per mare senza però voler fare ritorno a casa, nonostante ad aspettarlo abbia una moglie e un figlio? O è una sorta di upgrade tragico dell’Ulisse dantesco, che non insegue virtute e canoscenza ma un cetaceo? Cosa rappresentano i membri dell’equipaggio? Ognuno di loro è forse un frammento della coscienza – o dell’inconscio – di Achab stesso? La ragione incarnata da Starbuck, la spacconeria incarnata da Stubb, la cieca determinazione incarnata da Queequeg? È più spaventosa la simmetria della tigre di Blake o quella della balena di Melville? Siamo di fronte a una riscrittura rovesciata del Vangelo: dove Achab è una specie di Gesù che conduce alla rovina i suoi discepoli, ovvero i membri dell’equipaggio? E perché la caccia alla balena dura proprio tre giorni? Tre giorni che non culminano nella resurrezione ma nella morte.

Potrei continuare all’infinito, ma a tutto c’è un limite – soprattutto alla vostra pazienza.

Dovreste leggere Moby Dick?

Moby Dick è un libro lungo, a tratti dannatamente noioso, a momenti incomprensibile, dove non succede niente.

Ma Moby Dick è anche un libro divertentissimo, spaventoso, magnifico.

Prima o poi potrebbe venirvi voglia di leggerlo, se non lo avete ancora fatto – o forse no. Quando (e se) arriverà quel momento, sappiate che non sarà una lettura, sarà un corpo a corpo. E quando (e se) arriverete alla parola FINIS, sappiate che Moby Dick continuerà a ossessionarvi – forse solo per qualche giorno o settimana, o forse per sempre.

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