TRADURRE ORLANDA

30/04/2020 | traduzione

L’altro giorno, in pieno blocco del lettore, ho fatto una cosa che una legge non scritta impone ai traduttori di non fare mai, e cioè: ho riletto una mia vecchia traduzione.

Orlanda di Jacqueline Harpman

Erano i primi anni duemila, mi mancavano due o tre esami e la tesi, e non avevo la più pallida idea di cosa avrei fatto dopo, da grande, diciamo. A lezione, un giorno, la prof ci parlò di un’autrice belga contemporanea, Jacqueline Harpman, soffermandosi sul suo romanzo più famoso: Orlanda. Mi sembrò interessantissimo e le chiesi se poteva prestarmi il libro. Lo divorai, me ne innamorai, e scoprii che non era stato mai pubblicato in Italia. E per la prima volta pensai che forse, da grande, avrei potuto fare proprio questo: scovare romanzi bellissimi e sconosciuti in Italia e tradurli.

Orlanda era – è – un sacco di cose, tra cui una riscrittura dell’Orlando di Virginia Woolf. E, a un certo punto, mi balenò l’idea di farci la tesi. La prof però mi disse che non ne valeva la pena, che non esisteva bibliografia, che ci avrei messo un sacco di tempo, che quello poteva essere l’argomento per una tesi di dottorato magari, ma per la laurea mi conveniva volare più basso. Mi convinse. Ma niente mi avrebbe tolto dalla testa Jacqueline Harpman e Orlanda.

Negli anni successivi, cominciai a tradurre, per lo più romanzi bruttini, e pure dall’inglese. Nei ritagli di tempo, però, traducevo stralci di Orlanda. Avevo anche scritto una scheda di lettura, chiaramente entusiastica, e provai a mandare tutto ad alcuni editori, convinta che prima o poi qualcuno avrebbe capito che quello era il grandissimo romanzo di una grandissima autrice.

Passarono gli anni, io avevo quasi perso le speranze, finché non arrivò Voland.

La leggenda narra che fu Amélie Nothomb a metterci una buona parola, a dire che la Harpman era la più straordinaria autrice belga di tutti i tempi. E fortuna volle che, all’epoca, lavorava in redazione una mia amica che si ricordava della mia ossessione per la Harpman e per Orlanda – che ovviamente avevo proposto anche a Voland. Bingo.

Tradurre Orlanda: chi me lo ha fatto fare?

Sono passati più di dieci anni ma io me li ricordo quei mesi passati in compagnia di Orlanda, me li ricordo benissimo.

Un romanzo stupendo, facilissimo da leggere, difficilissimo da tradurre. I periodi infiniti, il lessico ricercato e precisissimo, i riferimenti e le citazioni letterarie mi toglievano il sonno. Ero stata pazza a imbarcarmi in quell’impresa?

Non ero all’altezza, era chiaro. Una traduttrice mediocre come me doveva accontentarsi di lavorare su romanzi bruttini, questo mi dicevo.

Intanto avevo fatto domanda per un soggiorno al Collège européen des traducteurs di Seneffe, non lontano da Bruxelles. E nonostante il mio scarno curriculum, visto che stavo lavorando al libro più famoso della più grande autrice belga di lingua francese vivente, la mia candidatura fu accettata.

Durante quelle due settimane dovevo portare a termine un’impresa titanica: dovevo trasformare la prima stesura in qualcosa di decente.

Passavo ore e ore rinchiusa in camera, cercando di sciogliere nodi, sfogliavo traduzioni in altre lingue a me comprensibili alla ricerca di un confronto con chi ci era passato prima di me, intrattenevo conversazioni con la traduttrice lettone di Orlanda, anche lei a Seneffe in quel periodo.

Un giorno, poco prima che ripartissi per l’Italia, venne in visita proprio Jacqueline Harpman. Ci presentarono. Mi chiese cosa stavo traducendo. Le risposi che lavoravo su Orlanda. Mi disse: Bon courage.

L’ho veramente tradotto io?

Non riprendevo in mano Orlanda da dieci anni, cioè da quando è uscito in Italia. E quando ieri, in un momento di follia, l’ho tirato fuori dallo scaffale della libreria dove bivacca assieme agli altri libri che ho tradotto, ho pensato: Sicuramente leggerò tre pagine, mi vergognerò come una ladra, lo rimetterò a posto e non ci penserò mai più.

Invece sono andata ben oltre le tre pagine, l’ho divorato, esattamente come la prima volta.

E sì, ho beccato un paio di rifusi. Sì, ho notato qualche errore. Sì, in alcuni casi le soluzioni che ho trovato non mi hanno convinta del tutto. Ma, nel complesso, continuavo a pensare: L’ho veramente tradotto io? Perché quello che ho letto mi è piaciuto – e ovviamente il merito è al 99% di Jacqueline Harpman, che lo ha scritto, ma quel misero 1% che resta è frutto del mio lavoro e delle mie notti insonni.

Un romanzo bellissimo

Orlanda, lo ripeto, è un romanzo bellissimo: una riscrittura dell’Orlando di Virginia Woolf, ma anche del mito platonico dell’androgino che, tra metanarrazione e psicanalisi, si interroga sull’identità – chi sono io?

Lo so che detta così potrebbe sembrare una palla mostruosa, ma Orlanda è soprattutto un romanzo avvincente, coltissimo ma allo stesso tempo appassionante, pieno di riflessioni pese ma dove succedono anche un sacco di cose. E – spoilerone – ci scappa pure il morto.

Leggetelo, non ve ne pentirete.

Io, dal canto mio, penso che ricomincerò a proporre altri romanzi della Harpman, perché ce ne sono troppi che non sono ancora stati pubblicati in Italia, e alcuni – che ve lo dico a fare? – sono bellissimi.

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